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emilioprevitali
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giovedì, 20 ottobre 2005
Alle ore 15:58
Il rientro a casa dopo una spedizione è sempre un momento speciale. All’improvviso, dopo settimane di cose pensate durante la permanenza al campo base, dopo l’interminabile periodo di attesa e di preparazione prima della partenza, tutto appare passato, distante, terminato. E’ una sensazione difficilmente descrivibile quella che provo ad essere finalmente solo tra le mie cose, nel mio ufficio, di fronte al mio computer, tra i miei libri ed i miei appunti. E’ strano. Ti accorgi del tempo che è passato perché non ricordi più la disposizione dei files nel tuo computer, perché non ricordi più le password oppure, provando un certo imbarazzo, perché quando sei alla cassa del supermercato e stai per pagare con il bancomat, ti accorgi di non ricordare più il codice segreto. Mi è successo ieri, e mi sono sentito come “uno che ha perso il suo posto al tavolo”, non so se riesco a spiegarmi. Mentre rientravo a casa senza spesa, pensavo a quanto sento distante questo mondo in cui sono rientrato. Tutto in questi giorni mi sembra accadere talmente velocemente, talmente superficialmente, da essere poco importante. Le scadenze, gli impegni, gli appuntamenti in calendario mi vengono incontro come se io mi muovessi in avanti nel tempo e non provo nessuna sensazione di fretta o di urgenza. Sono fuori.
Di corsa nel bosco vicino a casa
E’ un mondo totalmente differente quello che ho percepisco adesso, al mio rientro, che va talmente veloce che non ho per niente voglia di mettermi a corrergli dietro. La conosco bene questa sensazione, l’avevo già provata tutte le altre volte che sono sato in spedizione. Ho anche già provato quella sensazione di vuoto che provi quando sulla tua agenda non ci sono segnati grossi impegni o scadenze importanti per i prossimi mesi. Sono come un naufrago che galleggia a bordo della sua zattera in mezzo all’oceano. Non vedo orizonte davanti a me, non conosco la direzione verso cui puntare, non ho idea di dove mi trovo. Fino a quando non vedrò terrà all’orizzonte non proverò l’affanno od il desiderio di muovermi, di navigare. Sono libero, assolutamente libero. Le scadenze, gli impegni, il lavoro, non contano. Quelle sono cose così banali e di routine che riescono ad impegnarmi solo marginalmete. Il mio spirito è libero, sono quieto. Vuoto e pieno al tempo stesso. Sento che ora potrebbe accadere qualsiasi cosa, forse accadrà qualcosa di nuovo o di importante per la mia vita. Forse. Forse è per questo che comincio a chiedermi cosa c’è da qui in avanti, nella mia vita. Un nuovo progetto? Un nuovo lavoro? Una nuova rivista? Una nuova spedizione? Una nuova discesa? Nuove linee da tracciare con il mio snowboard? Quali sono le cose importanti, quelle che contano davvero, quelle per cui vale la pena di gioire, penare, soffrire, lavorare, in una parola vivere? Nel couloir Chamoux allo Shishapangma c’è una linea incredibile che aspetta solo che qualcuno salga in cima con un paio di sci o con una tavola da snowboard e si metta a scendere. E’ come guardare un blocco di marmo perfetto all’interno del quale, se hai occhi per saper vedere, puoi leggere una forma perfetta da scolpire. Lei, quella linea magica, è già lì. Le opere d’arte sono già lì, come dentro nel marmo ed aspettano qualcuno capace di vederle, comprenderle, liberarle. Lo stesso è quella linea in quel canale. E’ perfetta. Se hai vera passione per la glisse, guardando la parete, non puoi non vederla quella linea pura che scende dalla cima verso i plateau a 7000 metri. E’ bellissima, pura, cristallina, da lasciarti senza fiato. Può essere questa una delle cose della vita che contano per davvero? Come faccio io, a saperlo? Se penso all’idea di scendere lì dentro, in quel couloir, riesco ad immaginare il freddo dell’aria che staziona nel canale appogiarsi sulle mie guance; se ci penso sento il cuore aumentare la sua frequenza e l’intensità con cui batte dentro di me. Io pochi giorni fa ero lì, vicinissimo, sentivo l’aria vibrare ogni volta che alzavo lo sguardo verso quel canale. Davvero, vibrare. Come quando l’aria scossa dalle note musicali ti porta il suono della tua canzone preferita e tu la senti dentro di te, a pelle. Vibrazioni.In fondo alla discesa allo Shisha, pochi giorni fa, avevo detto basta spedizioni, basta montagne così grandi, basta attese infinite. Basta. Lo avevo detto guardando verso l’alto, ringraziando quella e tutte le altre montagne su cui sono stato, di avermi fatto passare. Ed invece sono qua, di nuovo, a pensarci. Sento che tornerò, forse perché non so fare nient’altro. O forse perché questa è la cosa che sento mia, importante, necessaria. Scalare le montagne e scivolarci sopra. Scusatemi, ma è la mia vita. Chissà come andrà a finir. Per ora mi godo la sensazione di quiete che impregna il mio spirito. L’altro ieri sono andato a correre. Ero solo, e viaggiavo nel buio della sera, guidato dalla sensazione di leggerezza che il correre in calzamaglia e maglietta ti offrono. Volevo vedere come avrebbero risposto i miei polmoni, i miei muscoli, il mio sangue ancora “dopato” dall’alta quota allo stimolo della corsa. E’ stata una sensazione strana. Le braccia e le gambe, le articolazioni, hanno faticato a ritrovare la coordinazione. Avevo la sensazione andassero ovunque, quelle gambe, tranne che in avanti a prendere terreno e poi dietro, a singermi via un passo dopo l’altro. Poi è passato, proprio quando mentre correvo mi sono accorto che l’aria intorno a cas mia era ingolfata di aromi. Ho annusato l’erba, di almeno 4 o 5 varietà diverse, poi l’odore della terra, quello delle vigne lì accanto, quello dell’acqua stagnante, quello della ghiaia e quello delle rocce scaldate dal sole. Mi sono ubracato di profumi, non avevo mai fatto caso prima a tutti questi profumi. Mi è servito un mese di vuoto olfattivo, a 5800 metri d’altezza, per apprezzare l’aria che respiro. Aria, normalissima aria fresca. Corro tutti i giorni da una vita e non ci avevo mai fatto caso prima. Ieri la sentivo entrare nei polmoni, l’aria, entrava in me in modo stranissimo. Lenta. Come se la frequenza del respiro e la velocità con cui facevo girare le gambe fossero due cose assoluamente non collegate tra loro. Probabilmente il mio sangue ora è così denso e ricco di globuli rossi, che correre è un esercizo estremamente semplice per il mio organismo. Banale. Sulla strada del rientro, ho accelerato. In progressione ho provato a spingere, a vedere fino a qundo potevo insistere. La sensazione di potenza, la capacità di sopportare l’affanno e di sostenere il ritmo erano sconcertanti, limitate forse dal solo scarso coordinarsi del movimento degli arti superiori ed inferiori nel gesto della corsa. Mentre provavo ad accelerare, e a spingere, fino a trovare il punto in cui andare ancora più forte provoca dolore o sofferenza fisica, mi chiedevo perché? Perché accelerare? Perché insistere, aumentare il ritmo, cercare il limite? Perché misurarsi, mettersi alla prova, verificarsi, e poi ancora, sempre, cercare di andare oltre, e poi oltre e poi ancora oltre. Sempre più avanti, senza fermarsi mai. Perché? Non ho trovato risposte. Ieri, a dire la verità, non ho nemmeno trovato il limite. Tutto troppo semplice.Mentre rientravo nell’ultimo centinaio di metri prima di raggiungere casa, attraversando un bosco di robinie che odorano di autunno, ho rallentato il passo. Ho goduto della sensazione di sollievo che provi ogni volta che dopo un tratto corso a tutta, concedi finalmente al tuo cuore, ai tuoi muscoli ed al tuo cervello la gioia del recupero. Ho goduto dell’orizzonte sgombro davanti a me, della luce della città lontana, del silenzio del bosco e dalla solitudine. Ho goduto della spedizione finita. Ho goduto dell’idea che stavo correndo per puro piacere, per me stesso e non per allenamento in funzione di un nuovo progetto o di una nuova avventura. Rientrando in casa, proprio mentre richiudevo la porta dietro di me ed i miei bambini mi correvano incontro, ho capito che ripartirò ancora. Perché questa qui è la mia vita. Fatta di continue partenze e continui ritorni. Fatta di molti dubbi, di poche certezze e della voglia continua di esplorare dentro di me. Ora ho bisogno di un po’ di calma. Godere delle cose gia fatte e delle corse nei boschi senza meta e senza perché. Godere del privilegio di fare solo quello che mi va, quello in cui credo, quello che mi piace. Poi arriverà la neve. Poi i giorni si rincorreranno veloci, fino a ridiventare ancora una volta, come sempre accade, uno uguale all’altro. Allora forse, sarà ora di ripartire.
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emilioprevitali
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giovedì, 13 ottobre 2005
Alle ore 09:04
La mia stanza d'albergo in Thamel, il quartiere dei turisti a Kathmandu, sembra un aquario. E' una camera rettangolare completamente aperta su un lato lungo. Una vetrata molto grande mi offre la vista sulla parte occidentale della citta'. Il mio sguardo puo' spaziare sopra i tetti delle case e sulle strade fino alla collina, che vedo di profilo sullo sfondo dello scenario che ho di fronte. Lontano laggiu' sulla collina se guardo bene, posso vedere il Tempio delle Scimmie e qualche fila di bandiere di preghiera che sventolano pigre nel vento. I suoni della citta' entrano nella mia stanza e mi svegliano ogni mattina all'alba. Il rumore della citta', qui a Kathmandu, lo riconosceresti tra mille. I clakson ed il vociare ovattato della strada da solo valgono una visita. Per capire cosa significa il termine "on the road" credo non esista luogo migliore di questo. Kathmandu e' il termine e l'inizio di ogni strada che attraversa l'Himalaya. Citta' di viaggiatori, commercianti, pellegrini e disperati. Questa e' una citta che si vive con tutti i cinque sensi. Nell' aria fluttua il suono del caos, confuso e magicamente rassicurante al tempo stesso. Kathmandu la senti nel naso, con l'alternarsi dei suoi profumi delicati e dei suoi odori nauseabondi: la vedi nei colori, nelle luce opaca e contrastata che a fatica fende la polvere che aleggia nelle strette vie della citta'; Kathmandu la senti nel sapore di terra e di smog che ti raschia la gola e ti morde la laringe, costringendoti a tossire e a respirare a bocca aperta; kathmandu la senti tra le dita ogni volta che sfiori un palazzo oppure manipoli un oggetto trovato su una bancarella in citta'. Nulla e' mai perfettamente pulito o in ordine qui, nemmeno quando in negozio lo acquisti per nuovo. Il tempo, il vento, la polvere e la luce lavorano su qualsiasi oggetto, piu' che in qualsiasi altro luogo del mondo in cui sono passato. Lo senti tra le dita che qui si vive per davvero, piu' "a fondo", piu' velocemente. Se ci stai un po' attento lo puoi sentire con tutto il corpo che Kathmandu e' un luogo speciale, unico. Quando al pomeriggio rientro nella mia stanza, nell'acquario, ho come l' impressione di essere al riparo dalla citta', distante dal fragore dei sensi che si ubriacano di vita. Mi sento protetto. Eppure, proprio di fronte alla mia finestra, una famiglia nepalese puo' vedere ogni mio gesto, ogni mio movimento all'interno della casa. Mi guardano attraverso il vetro proprio come si guarda un acquario oppure la televisione, con curiosita' e distacco. Guardano mentre riposo, mentre dormo, mentre mi lavo o mi asciugo; guardano mentre telefono oppure scrivo. Mi guardano mentre penso. Guardano e commentano tra loro, chissa' che cosa dicono. Chissa' cosa pensano di me. Se ci ragiono bene, in tutto questo mese e mezzo ho vissuto piu' o meno cosi, come dentro un acquario, dividendo con voi momenti, emozioni, paure, dubbi, attimi di gioia, sensazioni di solitudine o abbandono. Vi ho raccontato il mio sogno ed insieme abbiamo vissuto la "storia" che ci ha portato fino a qui, fino alla fine. Abbiamo diviso obiettivi e risultati, e lungo la strada non ho mai tralasciato di raccontarvi cosa passava "attraverso" di me. Quasi mai. Forse a qualcuno sarebbe piaciuto di piu' la cronaca pura. Leggere solo il racconto dei fatti. Vedere foto e video dei luoghi e dell'azione, come io fossi la vostra "web cam" viaggiante a 8000 metri. Ho cercato di fare anche quello, ma ho cercato [soprattutto] di raccontare le emozioni, di rendervi partecipi della mia avventura personale. Come mi ha scritto qualcuno di voi, non e' la dimensione della montagna a rendere grande una storia. E' la grandezza dello spirito che puo' contenere anche la montagna intera, a definire la dimensione dell'avventura che stai vivendo. E' vero, io ci credo. Non mi sono messo in un "acquario" perche' e' di moda o perche' piace a qualche sponsor. Il mio ( e quello di tutti gli amici che hanno collaborato al progetto di thesoulride e di k38) e' un tentativo. Voglia di guardarsi dentro e provare a raccontare. Un esperimento guidato dall'istinto. A volte ben riuscito, a volte forse meno. Ma e', certamente, lo sforzo sincero di raccontarvi cosa passa nella mente e nel cuore di un uomo quando questo si mette a confronto con se setsso, con i propri sogni e con una montagna talmente grande che l'idea di scivolarci sopra con lo snowboard, a qualcuno, puo' apparire stupida. Invece no, non lo e'. Non e' stupido, e' bellissimo. Magico. Io lo so che si puo' fare. Ora so porfettamente come e so per quanto. Conosco la mia forza ed ho capito esattamente quanta ne serve per fare quello che ho in testa. Non so se tornero' presto su queste montagne con il mio snowboard. Non so se, non so come e non so quando tornero'. Non e' importante. Ma so, per certo, che continuero' ad esplorare i miei limiti e a fabbricare i miei sogni. Non ci sono solo montagne da scalare e su cui scivolare. Ci sono continmenti da attraversare, mari da navigare. Amici da incontrare. Figli da crescere ed appassionare. Grandi avventure da inventare. Ora, la grande passione, e' anche raccontare. Coinvolgervi. Spingervi a guardare "l' acquario" come si puo' guardare dentro a se stessi. Tutto sommato, qui dentro, non ci sto' poi cosi' male. Perche' forse sono io a guardare tutti voi li' fuori, proprio come se a pinneggiare lentamente dentro l'acquario foste voi. Forse la vita e' qui dentro, al riparo dal mare aperto e dalle correnti troppo forti. Grazie per avermi seguito ed aver vissuto questa avventura con me. Aspetto di incontrarvi su qualche montagna o a qualche serata in cui provero' a raccontarvi in prima persona, con le immagini ed i video questa e qualche altra avventura.
Ogni tanto un giro fuori dall'acquario, piace farlo anche a me.
A presto
Emilio
ps. per ora sono ancora a Kathmandu. Ho spostato il biglietto per la mattina del 17ottobre, ma magari un posto in aereo me lo trovano anche prima. Io e zaffa abbiamo "intortato" la signorina della Quatar Airwais responsabile delle liste di attesa...
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emilioprevitali
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mercoledì, 12 ottobre 2005
Alle ore 11:10
Ciao Atleti,
ricompaio dopo un qualche giorno di trek e di viaggio, una doccia, una visita dal barbiere, qualche decina di frullati di banana e una cena degna di tale nome al Fire & Ice di Kathmandu, il ristorante italiano per eccellenza. La citta a non esserci stati per un po' e sempre un grosso shock, una "botta". Mi sto abituando piano piano, oggi ho trascorso un po' di tempo a leggere quello che e' successo in mia assenza. La vita da un campo base appare diversa. Tutto e' diverso, i fatti che accadono e che sai che sono accaduti in un modo e che sono stati raccontati in un altro ad esempio. Lapo ad una festa di trans. La vita e' curiosa, divertente. Domani vi parlero' della citta' e metteremo qualche puntino sulle i, ogni tanto fa bene. Nel frattempo io e Zaffa siamo in pole position per cambiare i noistri bigietti aerei del 18 con un altro paio piu' "veloci". 6 giorni di Kathmandu, a questo punto, sono anche troppi. Stasera ci dovrebbe essere lo Shishapangma bye bye party, ci si "spacca" mi sa. Ieri, con astuzia, ci siamo sotratti al primo party, che Mario Merelli ci ha detto essere stato "pesante". Mai andare alla festa la prima sera, meglio attendere la seconda. E' piu' divertente e parti davanti a quelli che il giorno prima si sono devastati... Ci sentiamo. A piu' tardi
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matteokatta
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domenica, 09 ottobre 2005
Alle ore 22:00
Ciao Amici, Zaffa è finalmente giunto a campo base dopo aver raggiunto la cima Middle ieri alle 13.00 circa. E' in forma tutto somato, ed affamato come un leopardo. Ha la punta di un dito leggermente "scottata" dal freddo ma nulla di grave. Domani 10 ottobre lasceremo il campo base per scendere al campo base cinese con 4-5 ore di cammino. Poi procederemo in jeep fino al confine Tibet-Nepal di Zhangmu per essere, tenendo le dita incrociate, dopo domani a Kathmandu. In questi giorni ci sentiremo con difficoltà, passare il confine con il telefono satellitare "dichiarato" è vivamente sconsigliato. Gli ultimi aggiornamenti ed una chiusura degna di tale nome la faremo da Kathmandu. La birra scorrerà a fiumi, abbiamo da festeggiare. Il Tom & Jerry in Thamel ci aspetta per lo Shisha Bye-Bye Party... A presto Emilio
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mauriziopanseri
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sabato, 08 ottobre 2005
Alle ore 17:48
Giovedì, 6 ottobre, C2-C3 Quindici metri e ci sono. Tre volte cinque. O cinque volte tre. O quindici volte uno. Questa montagna viene a me, un passo alla volta. Metro dopo metro, centimetro dopo centimetro. Ci sono, quasi. 7500 metri. Vedo la tenda, è vicina. E'con la mente che si scala una montagna così grande. E' il dominio della mente sul corpo. E' la follia imobile. Tutto è fermo, immenso, soprannaturale. Ti chiedi come sia possibile, salire. Ti chiedi perchè, salire. Guardi sul pendio e tutto è fermo. Guardi giù, a valle, lontano oltre l'orizzonte curvo, e non riesci a scorgere nessun segno dell'uomo. Non una strada, una costruzione, una luce, un segno. Niente. Poi appoggi la fronte al pendio, quasi disperato. Assente. Respiri profondo. Mentre ti chiedi quanto ancora potrai resistere così,senti il suono dell'aria che entra ed esce dai polmoni. Striscia contro gli alveoli e fuoriesce subito, fredda e vuota, non ha nemeno fatto in tempo a scaldarsi o inumidirsi un pò. I cristalli di neve sono li, vicini, ti riflettono la luce. Divengono opachi quando ci aliti sopra con la bocca che sfiora la neve. Allora esisti. Questa montagna si è accorta di te. Rialzi la testa e ricominci a camminare. Pensi che ci riuscirai, a salire fino in cima, fino a dove tutte le linee di cresta si congiungono in un unico punto che si appoggia nel cielo. Un altro passo ancora, poi un altro ancora. Campo 3. Domani penseremo alla cima.
Giovedì, 6 ottobre, notte. La notte è il buio, in himalaya. Incomincia presto ed è inesorabile, non appena il sole scende dietro una cresta rocciosa o a una cornice di neve. La notte è fredda, l'aria tagliente ti penetra nelle narici e ti gela la gola. Ti morde i gomiti, la schiena, il collo. Cerchi il calore dentro il sacco a pelo ed aspetti. Aspetti la luce del giorno. La vorresti presto, per andare via da un luogo così inospitale e scomodo. Non la vorresti mai, la luce del giorno, per non doverti rimettere in moto, rifare tutta quella fatica, dovere ancora pensare a salire. Salire. Salire. La notte è il luogo dei sogni. Puoi immaginare di salire dove vuoi senza fatica, rimanendo al caldo dentro il tuo sacco a pelo. Puoi illuderti di essere ovunque, non fosse che quando respiri l'aria che entra nei tuoi polmoni è sempre troppo poca. Poi cominci a chiederti tra quanto dovrai uscire dalla tenda. Il vento è fortissimo, ora. La tenda sbatte come impazzita, si contorce sotto le raffiche, si piega. La neve scorre sui teli e scappa via, giù oltre la cresta sulla quale sei appoggiato. Il vento è troppo forte, forse domani non potrai salire. Chiudi gli occhi e provi a dormire. Forse quando li riaprirai tutto sarà perfettamente calmo e sereno. Forse. Non pensare più a nulla, ora. Adesso dormi.
Venerdì 7 ottobre, C3, alba. Apro gli occhi e mi risveglio. E' come se avessi dormito una vita ma è durato mezz'ora, forse meno. Sento il vento urlare. Ogni tanto l'aria si ferma, per qualche secondo il tempo sembra fermarsi, sospendersi in attesa del nulla. Poi tutto ricomincia, come una apnea involontaria nel sonno che si risolve con un sussulto. Guardo fuori, verso l'altipiano del Tibet, e vedo le nubi correre verso la montagna. Vengono verso di noi spinte dal vento forte. Qualche fiocco di neve turbina nell'aria. La cresta che sale verso la cima è avvolta nelle nubi. La cima sembra lontana, oggi. Ieri sera avevo l'impressione di poterla quasi toccare con le mani, di poterla prendere. Oggi è oltre le porte dell'infinito. Fuori dalla mia portata. Rimango seduto in tenda con lo sguardo fisso nel vuoto per una interminabile serie di minuti. Zaffa mi guarda in silenzio. Io penso. Penso all'impegno ed alla fatica di questi mesi, per arrivare qui e per salire fino a qui. Ieri sera, per la prima volta, avevo pensato che ci sarei riuscito per davvero a salire fino in cima. Pensavo sarei salito in punta e poi sarei sceso, cercando la mia linea con lo snowboard. Libero. Pensavo ad una cavalcata serena, entusiasta, che fosse l'espressione del mio modo di scalare le montagne che si alimenta nella gioia, nella felicità di conoscere ed esplorare. Non immaginavo dovesse diventare un sfida contro il mio orgoglio personale o contro la mia ambizione di riuscire. Non lo pensavo, non lo penso. Io sono qui per la salita e per la discesa, non per la cima. La meta è il cammino, lo penso davvero. Guardo un ultima volta verso l'alto ed una ancora verso valle. Gnaro mi scruta in silenzio attraverso la porta della tenda. Ho deciso, scendo ora. Questo è il momento.
Venerdì 7 ottobre, C3, ore 08.10 Sono pronto per partire, tutto è perfettamente a punto e collaudato. Fossi partito dalla cima, sarei vestito ed attrezzato esattamente così. Punto la mia tavola verso l'ombra del canale. Silvio e Zaffa mi guardano in silenzio e mi salutano con uno sguardo. Non ricordo parole. Inizio a scendere. Faccio un front su una sponda del canale, poi un back breve ed un altro front per affrontare il traverso sulla neve dura con maggior controllo. Mi fermo un attimo, devo respirare. Alzo la testa verso l'alto a cercare i miei amici ma non li vedo già più. Sono solo. Attraverso oltre la corda fissa ed entro in un altro canale, con la neve dura ma regolare. Liscia. E' ripido. Concateno un front e un back. Le curve mi vengono bene, in controllo, come piace a me. Sento la lamina sbandare come voglio io, non di più, non di meno. Immagino l'acciaio che morde questa neve levigata dal vento, acida, quasi impenetrabile. La conosco questa neve, si aggrappa ostinata alla soletta ed al bordo tavola. Non vuole essere sciata con aggressività, ma io lo so, tu devi lasciarla fare e scorrere fluido usando tutta la soletta. Morbido e deciso al tempo stesso. Se non la aggredisci, lei non ti aggredirà. Il canale scende ripido e continuo, mi muovo su una striscia di neve dura larga sette o otto metri. Alzo lo sguardo in alto, e vedo che è la linea che scende dalla cima attraverso il Couloir Chamoux. Più in basso di dove immaginavo, le nostre linee si incontrano. Scendo ancora, senza fretta, cercando di gustare il privilegio di queste curve più vicine al cielo che alla terra. Vorrei che questo canale non finisse mai,vorrei scendesse all'infinito. Lo sento scendere denrtro di me, io lo so, continuerò a sentirlo per molto tempo ancora. In fondo ero qui per questo, per cercare una discesa infinita dentro di me. La sento la forza di questo canale che mi spinge come se avessi una onda sotto i piedi. Entro nel pianoro a braccia alzate, il sole illumina il pianoro di neve che la mia tavola fende come la prua di una nave. Viaggio sulla massima pendenza, a destra un contrafforte e a sinistra la parete nord dello Shisha scorrono come uno scenario visto attraverso un finestrino. Il falsopiano è lungo, sebra infinito. Per salire questo tratto ho impiegato 2 ore. In discesa bastano due minuti che valgono una vita. Ad un tratto ho la sensazione di essere fermo, ho come l'impressione che sia la montagna a scorre sotto i miei piedi. Il tempo si è fermato, o forse scorre all'indietro. Accenno qualche curva lungo la massima pendenza premendo con i piedi sullaneve e perdo la planata verso campo 2. Due sherpa mi accolgono fuori dalla loro tenda. Mi salutano, mi festeggiano, chinano il capo con le mani giunte al petto. Sono gentilissimi, mi guardano ma non mi toccano, fino a quando non lo faccio io appoggiandomi ad una spalla di uno per rimanere meglio in equilibrio sullo snowboard. Bevo un po' di the. Poi mi abbracciano una, due, tre volte. Ora continuano a toccarmi. Riprendo a scendere, il pendio si fa di nuovo ripido ed incontro zone di neve dura e ghiacciata oppure strati di neve accumulata profonda. Non mi preoccupo di come affrontare il pendio. Semplicemente scendo. Come un viaggio, faccio curve ampie lasciando che la mia capacità di leggere il terreno e la neve mi conducano a valle. Lo snowboard fa parte di me, è uno strumento per esplorare, non ho più bisogno di pensare. Basta andare.Andare.Andare. Alla fine della discesa sento la tavola fermarsi, come se tutta la montagna che ho appena surfato frangesse contro il ghiacciaio di penitentes che sbarra il cammino verso il campo base. L'energia si è esaurita. C'è calma e silenzio assoluto dietro a me. Mi levo la tavola dai piedi e faccio qualche passo con lo sguardo rivolto alla cima dello Shisha. Il respiro affannato e pesante che mi accompagna da stamattina si quieta, rallenta. Il cuore che sento forte in gola diminuisce il suo ritmo. Stessa intensità delle pulsazioni ma minor ritmo. Ora è tempo del riposo. Sento che il ritmo della mia vita si raccorda con i suoni di questa montagna. C'è pace dentro di me. Silenzio. Vuoto e pieno al tempo stesso. Ero venuto proprio per questo. Per trovare il nulla. Ed eccola qua, questa quiete profonda, che mi aspetta alla fine di questa discesa. Che altro non è, se non l'inizio della prossima.
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matteokatta
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venerdì, 07 ottobre 2005
Alle ore 14:36
"Nessun dubbio: RIDING! "
Ciao Amici,
sono al campo base da un paio di ore. Giusto il tempo per tracannare 4 lattine di coca-cola, fare una doccia, rimanere sdraiati un po'con lo sguardo fisso nel vuoto. Sono rientrato dal tentativo alla cima ed ho fatto snowboard partendo da quota 7500 metri, devo ancora metabolizzare la cosa. Vi faccio un breve riepilogo poi domani andrò nei dettagli. Tre giorni fa sono partito dal campo base diretto verso C2. Come un vero, forte dell'adattamento alla quota ormai acquisito, mi sono sciroppato quasi 1400 metri di dislivello tra quota 5650 e quota 7050, una cosa che appena arrivato qui non avrei nemmeno osato immaginare posibile. Eravamo molto carichi, io oltre al resto portavo la tavola in spalla che avevo la sensazione pesasse una tonnellata. Dopo aver dormito a C2 il giorno seguente siamo saliti a C3, a 7500 metri di quota. Il percorso prevede l'attraversamento di un interminabile ghiacciaio in falso piano e poi un ripido tratto di 40°- 45° fino a c3 per un dislivello di circa 400 metri. Nonostante la fatica tutto è andato molto bene. Il mio programa era quello di dormire questa mattina fino alle 4.00 e poi partire per la cima, che appariva vicina quasi da toccare, 500 metri sopra le nostre teste. Durante la notte però, a partire dalle 11.00 il vento ha iniziato a soffiare fortissimo. Di uscire dalle tende alle 4.00 nemmeno parlarne. Verso le 7.00 una decisione andava presa. Gli altri al C3 parevano prima intenzionati a provare a salire, poi a rimanere fino a domani, poi a scendere a C2. Avvertivo un po'di caos. Il vento era ancora estremamente forte, quindi per me nella giornata di oggi era impensabile salire verso l'alto con la tavola da snowboard in spalla. Aldilà della fatica di "velggiare controvento", l'idea di passegiare nelle nuvole sulla affilata cresta finale con lo snowboard sulla schiena non è che mi attirasse poi molto. Una fitta coltre di nubi risaliva dal basso a rendere la visibilità scarsa. Le previsioni per domani sono più o meno le stesse di oggi, vento, nuvolosità e leggere nevicate. Ho deciso di scendere, di privilegare la qualità della discesa ad una salita in cima senza tavola. Sapete come la penso, io sono qui per fare snowboard prima di tutto. Magari mi manca un po'di pazienza, ma mi piace fare da solo i miei programmi. E così alle 8.15 di questa mattina sono partito da quota 7500 per surfare la mia onda. Ho salutato Zaffa, che se fa bel tempo domani tenterà la cima con Silvio e Mario, e sotto gli occhi della sua telecamera ho imboccato il canale. Ho impiegato 45 minuti per raggiungere i penitientes a quota 5600 metri. E' una delle discese più belle della mia vita. The soul ride, come l'avevo imaginata. Non parlo della qualità della neve o delle difficoltà tecniche. Parlo di me che scivolo da solo lungo i fianchi di questo gigante. 45 minuti di assoluta solitudine, ritmata dal mio respiro affannato e dallo sferzare del vento. Domani ve ne parlo. Intanto qui davanti a me lo Shishapangma è invisibile, avvolto dalle nubi e dalla nebbia. Qui al campo base nevica, proprio come piace a me. Che giornata, ragazzi! Namastè Emilio